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Lo staff di un torneo di poker: chi fa che cosa

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Schema dell'organizzazione Poker Social Enterprise: il project manager e i team che vi fanno capo

Hai deciso con che cosa sostituire la piramide. Resta la domanda pratica, quella che ti si pone il giorno in cui devi mettere insieme una squadra: chi ti serve davvero, e che cosa fa ciascuno.

Un manager che abbatte le barriere, non che le alza

La struttura che regge un evento costruito così è orizzontale, decentrata e guidata dai dati, e compete sulla differenziazione invece che sul prezzo.

Il punto di partenza è una sola frase, e vale la pena leggerla due volte: come internet e le tecnologie digitali hanno abbattuto le barriere di spazio e di tempo, allo stesso modo un manager deve abbattere le barriere gerarchiche dentro l’organizzazione e favorire il decentramento, delegando la responsabilità decisionale.

Non è un invito alla morbidezza. È il riconoscimento che una struttura verticale non risponde ai bisogni digitali: il Social Enterprise è la naturale evoluzione della progettazione organizzativa nell’era del digitale.

Su che cosa poggia: quattro cose, non un organigramma

L’asset organizzativo di questo modello è fatto di quattro elementi:

  • un project manager con competenze distintive nel digitale;
  • i team manager con i rispettivi team;
  • gli strumenti software di management-analysis;
  • i tavoli da gioco totalmente digitali.

Gli ultimi sono quelli che fanno la differenza competitiva, perché permettono di conoscere il profilo dei propri clienti in fatto di gusti, preferenze e tendenze — cosa che nessun foglio di cassa ti dirà mai. L’asset organizzativo di una poker room, i quattro elementi e chi li guida.

E qui si chiude un conto lasciato aperto all’inizio di questa serie. I problemi di controllo, innovazione ed efficienza che rendono cieca la struttura tradizionale trovano soluzione negli strumenti che monitorano le attività di tutto il personale e misurano le performance in tempo reale. La struttura verticale non sapeva misurarsi: questa sa con che cosa.

Il project manager, e perché conviene che sia il CEO

Il project manager è il cervello di ogni progetto: è nella sua mente che il valore nasce sotto forma di idea, ed è il solo a conoscerne ogni dettaglio organizzativo e strategico. Progetta i nuovi format torneo, i piani di comunicazione e i piani editoriali che quegli eventi accompagnano.

Per questo la selezione di questa figura è la decisione più delicata che prendi. E se l’organizzazione resta orientata alla sola produzione di eventi dal vivo digital driven, conviene far coincidere il project manager con il CEO: si sviluppano competenze distintive di comunicazione digitale, si selezionano dall’interno le persone più adatte, e i prodotti restano coerenti sul piano editoriale. Il PM ideale, in quel caso, è un digital marketer con spiccate competenze di content strategist.

I tre ruoli che tengono in piedi l’evento

Human Resources Manager. È il ruolo tradizionalmente associato al tournament director, e nel modello lo assorbe. Risponde direttamente al project manager, con lui progetta la struttura tornei e organizza le unità che la realizzeranno; tiene le relazioni con il personale e risponde alle richieste, riportando al PM. Il tournament director, dove serve, resta come «guest star».

Ground Touchpoint Manager. Si occupa dell’acquisizione delle sedi, in Italia e all’estero: sceglie in autonomia le migliori in rapporto al tipo di evento, individua le strutture per vitto e alloggio degli ospiti, e in fase di conversione coordina il booking. Quando serve, negozia in prima persona e fa da interprete sui documenti e in presenza.

Account Manager. Presidia le conversazioni online, rileva le criticità che possono danneggiare gli obiettivi editoriali o di business, ha l’autorità di rimuovere i commenti non pertinenti o offensivi, e fa da moderatore quando la discussione si accende, rimandando al customer care. Il tournament director e i tre ruoli, per esteso.

Tutti e tre, quando il lavoro cresce, chiedono all’HRM le persone fra chi ha dichiarato interesse a dare una mano. Non si assume: si compone.

Ed è qui che il modello mostra la sua conseguenza economica: ridurre le barriere gerarchiche significa ridistribuire le responsabilità, e ridistribuire le responsabilità equivale a ridistribuire i profitti, sostituendo le funzioni di linea con veri team di lavoro.

Chi comunica: ufficio stampa e cabina di pilotaggio

Il Press Office Manager fa l’ufficio stampa: redige e invia i comunicati a tutti gli stakeholder, organizza le produzioni giornalistiche secondo il piano editoriale e garantisce i termini di consegna. Con il project manager progetta e realizza le inchieste. E in accordo con il management della casa editrice mandante, nei casi di reale interesse è possibile avviare un percorso formativo professionale di alto livello per la carriera di giornalista.

Il team di digital marketing è appannaggio del project manager: è la cabina di pilotaggio che, attraverso il piano di comunicazione, processo dopo processo, guida l’organizzazione verso gli obiettivi di business.

Chi sta ai tavoli: il dealer diventa arbitro

Le unità organizzative sono i dealer e i floor-man, e mantengono i compiti di sempre. Durante l’evento è l’HRM a coordinare l’intero staff: assegna la postazione iniziale a ciascuno e stabilisce il turn over — il cambio di tavolo ogni trenta minuti — per garantire trasparenza e regolarità di gioco.

Poi c’è la differenza che conta. Il dealer non distribuisce le pocket card e non stende il board: lo fa il software installato sul tavolo. Ed è il contrario di un declassamento: quello che resta è il lavoro più difficile. Il dealer diventa un vero arbitro della partita — massima concentrazione su quello che accade al tavolo, guida dell’azione dei giocatori, monitoraggio e segnalazione dei turni, verifica che il tappeto digitale si comporti come deve e intervento immediato quando non lo fa.

Il floor-man mantiene la sua funzione: sorveglia i tavoli di competenza, interviene su richiesta del dealer quando i comportamenti diventano scorretti, e quando un avversario chiama il «tempo» stabilisce gli ultimi sessanta secondi per decidere. Nel processo di regolamentazione della disciplina, la sua professionalizzazione è la stessa del dealer: quella dell’arbitro. Il dealer di poker quando le carte le dà il software.

Le specializzazioni che si aprono a chi già lavora ai tavoli

Il principio è semplice: il ruolo è il ruolo che è in qualunque azienda. Il modello non lo reinventa — ci porta dentro il dealer. Chi lavora al tavolo trova una via di professionalizzazione attraverso una specializzazione, e la mette a reddito accanto al suo lavoro.

Booking operator — affianca il Ground Touchpoint Manager nell’organizzazione e nel coordinamento del booking ospiti, mettendoci le proprie soft skill.

Webmaster e SEO manager — tiene il sito del circuito e ne cura il posizionamento: struttura, pubblicazione, ricerca. È il ruolo che fa esistere l’evento anche fuori dalla sala, nei giorni in cui la sala è chiusa.

Graphic e Sound designer — produce i contenuti grafici e i jingle del circuito: locandine, materiali dell’evento, l’identità sonora delle riprese.

Dealer in Ricerca e Sviluppo — osserva le tendenze del settore e ne ricava nuovi scenari operativi: come cambia il gioco, come cambiano i giocatori, che cosa il circuito dovrà saper fare per stare al passo. Per un dealer la via è naturale: al tavolo quei cambiamenti si vedono mentre accadono, non dopo.

Presidio social — chi ha attitudine all’ascolto entra nel team dell’account manager e filtra le conversazioni.

Per acquisire le competenze dei nuovi compiti, l’azienda mette a disposizione corsi di formazione interna.

E la partecipazione attiva al piano di comunicazione non è volontariato: viene ricompensata in aggiunta al ruolo ai tavoli. Come, esattamente, è la prossima cosa da guardare.

Aprire o rilanciare la tua poker room con il modello Poker Social Enterprise