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Promuovere un torneo di poker: il piano di comunicazione

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I cinque passi del piano di comunicazione di un torneo di poker, dai fattori critici di successo al calendario.

La comunicazione di un circolo di poker, nella grande maggioranza dei casi, si improvvisa: si comincia a parlare della tappa quando la data è vicina, e si smette il giorno dopo. In questo modello non si improvvisa niente: si programmano dodici mesi, e tutte le tappe dell’anno stanno dentro un piano solo.

Perché gli eventi a squadre non hanno mai attecchito

Esperienze competitive di livello collettivo, nel poker dal vivo, ce ne sono già state. Non hanno trovato terreno fertile, e la ragione non è il formato: erano strutturate secondo le strategie di business e di marketing tipiche degli eventi individuali.

Un evento a squadre chiede un’altra cosa. Chiede di guardare alla mission delle squadre che partecipano e di orientare su quella le strategie di business e di comunicazione. È un approccio più qualitativo che quantitativo — e questa, molto probabilmente, è la condizione che ha impedito a questo tipo di eventi di svilupparsi.

Detto in termini pratici: non basta annunciare un torneo e aspettare le iscrizioni. Bisogna sapere perché una squadra dovrebbe volerci essere, e costruirci sopra un anno di comunicazione.

Prima del piano editoriale viene lo strumento

Il piano editoriale non si scrive a mente fresca davanti a un foglio bianco. Viene dopo una pianificazione strategica, e quella pianificazione ha uno strumento: il Business Model Canvas Comunicativo.

Serve a formalizzare i fattori critici di successo e a definire, su quella base, un posizionamento comunicativo corretto sui canali digitali dell’impresa. In una sola tabella si mettono in fila i partner chiave, le attività chiave, le risorse — quelle tangibili e quelle intangibili — le proposte di valore, le relazioni con i clienti e i canali su cui passano.

È un capitolo a sé, ed è il capitolo da cui tutto il resto discende: una volta definiti gli asset strategici e individuati i fattori critici di successo, sono loro a guidare il piano editoriale. Qui ci fermiamo al fatto che esiste e che viene prima.

A chi stai parlando, esattamente

La seconda cosa che viene prima del calendario è sapere chi legge. Non «i giocatori»: una persona precisa, con un profilo che si scrive per esteso.

Nel caso di un evento a squadre di alto livello è un professionista che fa parte di una crew. Viaggia molto per le trasferte, investe in innovazione, si tiene costantemente aggiornato. Ha un’istruzione elevata, cerca l’originalità e l’esclusività, e sceglie gli eventi con il miglior rapporto fra mani giocate e tempo. Vive sui social e sulle app di messaggistica, e l’ultima volta che si è seduto a un tavolo dal vivo era a un torneo di livello alto.

Quello che vuole si divide in due, e vanno tenuti distinti perché si comunicano in modo diverso.

Il beneficio razionale: far crescere il proprio bankroll, e dare alla propria squadra visibilità globale — visibilità che poi si lega alle attività didattiche e commerciali della squadra stessa. Più la possibilità di analizzare l’evento dopo, accedendo ai dati delle proprie sessioni e rivedendo le mani giocate.

Il beneficio emozionale: sentirsi parte di un cambiamento culturale nel modo in cui la disciplina viene percepita e capita — e delle opportunità economiche e culturali che quel cambiamento apre.

E poi ci sono le due obiezioni che sentirai davvero, che vanno messe nel piano prima che qualcuno le pronunci: il buy-in è proibitivo, e io non faccio parte di nessuna squadra. Un piano editoriale che non risponde a queste due cose sta parlando da solo.

Dodici mesi programmati, non una settimana di annunci

Il piano di comunicazione copre dodici mesi, e dentro quei dodici mesi stanno tutte le tappe dell’anno: non un piano per tappa, ma un piano solo che le contiene. Alla prima edizione si costruisce sulle sole analisi a tavolino; le analisi sul campo si integrano dall’anno successivo, quando i dati esistono.

Gli obiettivi della prima campagna sono due e in quest’ordine: awareness e appeal. Cioè raggiungere il maggior numero possibile di persone interessate ai temi che il piano propone, e poi conquistarne l’interesse.

Il che vuol dire che per i primi mesi non stai vendendo niente. Stai dando tutte le informazioni necessarie a capire i valori su cui l’evento è costruito, e stai promuovendo le innovazioni che lo distinguono. La vendita arriva dopo, quando c’è qualcuno che ha capito.

Che cosa esce, settimana per settimana

Un piano editoriale non è un elenco di buone intenzioni: è un calendario in cui ogni settimana ha un contenuto e un responsabile. Il ritmo, nel modello, è fatto di poche cose che tornano sempre.

Un articolo di risposta alle domande frequenti, ogni settimana, in un giorno fisso. È l’ossatura: cinquantadue settimane, cinquantadue occasioni di rispondere a una domanda vera che qualcuno si è posto.

Le interviste in diretta agli ospiti, calendarizzate con appuntamento settimanale fisso, ciascuna legata al contributo che quella persona porta all’evento — e programmate tenendo conto dei fusi orari, perché il pubblico non è tutto nella stessa stanza.

I comunicati e gli articoli inviati alle testate e agli stakeholder, che sono un canale a sé e non un rilancio di quello che c’è già sul sito.

I format dedicati alle squadre, costruiti dai diversi punti di vista — culturale, sociale, economico, empirico — e i format per gli influencer selezionati, con la loro periodicità.

I contest interni, che coinvolgono chi lavora all’evento e si chiudono con una premiazione durante la manifestazione.

E prima di ogni blocco di contenuti, un briefing video per definirne i temi. Non si produce niente che non sia stato deciso insieme.

Ogni settimana ha un nome accanto

È il dettaglio che trasforma il calendario in un piano di lavoro. Accanto a ogni settimana, nel modello, c’è scritto chi risponde di quel contenuto: l’ufficio stampa, l’account manager, chi coordina lo staff, il supporto esterno — spesso più di uno, perché quasi nessun contenuto è di una persona sola.

E c’è un principio che tiene insieme questo capitolo con tutti quelli precedenti: i format non li produce un’agenzia, li sviluppano le unità organizzative che formano i team di lavoro di ogni singolo progetto. Le stesse persone che stanno ai tavoli durante l’evento.

È qui che il modello si chiude su se stesso. La struttura orizzontale serviva a far circolare le informazioni; la partecipazione al piano di comunicazione serviva a dare continuità al lavoro; le regole scritte servivano a proteggere chi parla. Il piano editoriale è il posto in cui tutte e tre queste cose diventano lavoro concreto, settimana dopo settimana, per un anno.

Da dove cominci, se cominci

Non dal calendario. Il calendario è l’ultima cosa che si scrive.

Si comincia dai fattori critici di successo — che cosa deve funzionare perché l’evento funzioni — e dal profilo della persona a cui vuoi parlare, con i suoi benefici razionali, i suoi benefici emozionali e le sue obiezioni. Da lì escono i temi; dai temi esce il ritmo; dal ritmo esce il calendario, con i nomi accanto.

Fatto in quest’ordine, un anno di comunicazione è un piano. Fatto al contrario, è un elenco di post.

Il piano, però, qualcuno lo deve eseguire — e non è un reparto: è tutta l’organizzazione. Il passo successivo è trattenere le persone che lo fanno.

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