Poker Texas Hold'em

Aprire un circolo di poker: cosa c’è da sapere prima

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Organigramma classico di un'organizzazione live di poker Texas Hold'em

Se hai un circolo di poker Texas Hold’em legale, o stai pensando di aprirne uno, il problema che ti fermerà non sarà il montepremi. Sarà la struttura con cui lo fai girare.

Come è organizzata oggi una sala da poker

La struttura che ti verrà proposta è sempre la stessa: catena di comando verticale, potere decisionale accentrato in cima, funzioni divise per competenza e ognuna che risponde a un superiore. È il paradigma capitalistico classico, e nel poker live è così diffuso da sembrare l’unico possibile. Com’è fatta davvero l’organizzazione di una poker room.

Una logica ce l’ha: massimizzare il profitto lavorando sull’offerta. Ma porta con sé una conseguenza che quasi nessuno mette in conto. Un’organizzazione costruita così non è in grado di misurare la propria efficacia, perché non ha i processi per farlo — né sul piano della governance, né su quello della policy. Guarda l’incasso della serata e chiama quello efficienza.

Il resto lo fa la rigidità dei ruoli: il processo decisionale rallenta, la posizione di potere si presta all’abuso, e la ricerca della qualità passa in fondo alla lista.

E qui sta la radice, non un dettaglio: quella struttura è nata prima del digitale, e ai bisogni del digitale non sa rispondere. Una catena verticale regge quando le informazioni sono poche, lente e salgono un gradino alla volta. Nell’era dell’informazione le informazioni sul tuo evento arrivano da ogni parte e tutte insieme, e chiedono decisioni prese dove il fatto accade, non tre livelli più in alto. La progettazione organizzativa si è evoluta perché doveva, e abbattere le barriere gerarchiche delegando la responsabilità decisionale non è una concessione: è la condizione per stare al passo.

Il ruolo più mortificato è il dealer

C’è una figura che questa struttura penalizza più di tutte, ed è quella su cui poggia la serata. Il management tratta il dealer come un accessorio a cui non è richiesta particolare professionalità, e ottiene esattamente quello che ha chiesto: la mancanza dei requisiti minimi di competenza.

Non è un’impressione. In tredici anni di osservazione del settore, in eventi fino a mille euro di quota d’iscrizione, capita ancora di trovare al tavolo un dealer che a stento conosce la gerarchia delle combinazioni, o che fra una fase e l’altra si abbandona ai propri pensieri finché un giocatore, con evidenti limiti di tolleranza, non lo riporta al motivo per cui si trova lì.

E non riguarda solo i dealer: anche i ruoli con qualità tecniche evidenti mostrano un grado di professionalità bassissimo. La causa è a monte. È la mancata regolamentazione del settore che svuota l’identità e il valore del ruolo organizzativo, e che intacca perfino la percezione che chi lo ricopre ha di sé come professionista.

La guerra del montepremi

Se l’efficienza si misura con il successo dell’evento, l’unica leva che resta è il montepremi. Per anni la formula vincente è stata grande montepremi al minimo buy-in possibile, e ha generato una guerra commerciale vera. Con che metro il settore misura il proprio successo.

È una gara che si vince solo finché qualcuno non offre di più. Poi si ricomincia, con margini più stretti.

Qualcosa però si muove: si comincia a ragionare su una mission che guarda alla profondità della struttura di gioco invece che al premio, e a promettere al giocatore un’esperienza più lunga e più soddisfacente al tavolo. È un cambio di promessa, e chi lo fa per primo nella sua zona se lo tiene.

Perché i professionisti hanno lasciato il settore

La condizione giuridica di chi produce eventi di poker live è precaria, e il Decreto Dignità l’ha appesantita vietando la pubblicità del gioco: con quel divieto è svanita ogni prospettiva di investimento nel settore.

Ma l’effetto più duro della mancata regolamentazione non riguarda gli investimenti. Riguarda le persone.

In un settore regolamentato, quando il lavoro si ferma, esistono le tutele di categoria: la categoria è riconosciuta, e gli interventi d’emergenza arrivano a chi ne fa parte. Nel poker live quel riconoscimento non c’è. E quando il lavoro si è fermato, dealer e floorman di altissimo livello hanno lasciato definitivamente l’attività, perché non esisteva un riconoscimento giuridico che desse loro accesso agli interventi statali d’emergenza di categoria.

Non se ne sono andati per scelta. Se ne sono andati perché, nel momento in cui è servito, per lo Stato quel lavoro non esisteva.

Quelle persone oggi ti servono, e in buona parte non ci sono più. È il conto che la precarietà presenta a chi organizza — e lo presenta a te il giorno in cui devi comporre uno staff.

Comunicare senza un piano editoriale

Il successo degli eventi, prima che tutto si fermasse, non veniva dalla bontà dei modelli organizzativi: veniva dalla scarsità dell’offerta. Da un lato il professionista che ha bisogno di esercitare l’attività agonistica, dall’altro l’amatore che ha bisogno di divertirsi. Bastava esserci.

Oggi non basta più, e quello che emerge è l’esigenza di un piano editoriale chiaro, che dichiari mission e vision del marchio. Non un profilo social aggiornato quando capita: una strategia di brand identity e brand equity, orientata a coinvolgere il pubblico e a condividere con lui valori, interessi e obiettivi.

Perché il valore non è la conversione dell’interesse in acquisto. Il valore è la continuità della relazione — la fedeltà — e si fonda su fiducia e rispetto reciproci fra il marchio e chi lo sceglie.

Da dove si riparte

Il problema non è la tua sala e non è il tuo montepremi. È che stai facendo girare un’attività di oggi dentro una struttura progettata per un’altra epoca.

Il Social Enterprise Model è il risultato del naturale processo evolutivo della progettazione organizzativa nell’era dell’informazione. Non è una moda gestionale e non è un correttivo all’organigramma: è la forma che un’organizzazione prende quando smette di essere una piramide e diventa una rete, perché è così che si risponde a bisogni che una piramide non riesce nemmeno a vedere.

Il modo in cui si organizzano i tornei di poker Texas Hold’em dal vivo è destinato a cambiare radicalmente, e a cambiarlo è questo modello.

Il Poker Social Enterprise parte da come le persone lavorano davvero insieme — dalle comunità di pratica, e dal principio che la conoscenza completa non è mai di un singolo. Da quel principio nasce anche il caso su cui il modello è stato verificato sul campo: Champions Crew, un torneo dal vivo a squadre pensato per le Crew di poker. Che cos’è il Social Enterprise Model, e che cosa non è.

Aprire o rilanciare la tua poker room con il modello Poker Social Enterprise