Poker Texas Hold'em

La Teoria della completezza delle informazioni nel poker

5 letture
La Teoria della completezza delle informazioni nel poker

Prima di quantificare quante informazioni un giocatore può acquisire in uno spot, va definito che cosa sia un’informazione. Non è una premessa formale: da quella definizione dipende tutto il resto del modello.

Si sente definire spesso la società in cui viviamo società dell’informazione, e il riferimento è al paradigma dell’informazione-automazione che caratterizza la nostra epoca. Internet e lo sviluppo della comunicazione mediata dal computer hanno imposto un nuovo modo di percepire, comprendere e interpretare la realtà: si abbandonano le teorie dell’azione sociale dominate dalla razionalità a priori di weberiana memoria e si adottano quelle della comunicazione, per le quali l’azione sociale è governata dal bisogno psicologico degli esseri umani di entrare in relazione con gli altri.

L’informazione costituisce una dimensione di base della realtà, al fianco di quelle di massa e di energia, e non è compresa in nessuna delle due. È la posizione di Anolli, e il punto di partenza.

L’informazione è la percezione di una differenza

Il primo tentativo di dare una definizione di comunicazione è il modello matematico di Shannon e Weaver del 1949, con la loro «Teoria dell’informazione»: una trasmissione lineare di informazioni codificate da un mittente, attraverso un canale, a un ricevente che le decodifica.

Quel modello si fonda su una definizione precisa: l’informazione è la percezione di una differenza, formula di Bateson, e Shannon la intende come una grandezza discreta, osservabile e misurabile. Da questa prospettiva l’informazione non è il dato in sé, ma quello che passa dall’emittente al ricevente.

La definizione che serve al modello è però un’altra, ed è di Anolli: «l’informazione è il valore di probabilità che si realizza all’interno di molte possibilità combinatorie (N scelte) fra H simboli».

È questa che permette di comprendere l’indeterminabilità delle informazioni nel poker, costituita dall’eterogeneità dei significati che ogni giocatore può attribuire ad esse. Il modello matematico da solo non spiega i processi complessi della comunicazione, e lascia il compito alle discipline che se ne occupano: semiotica, psicologia e sociologia della comunicazione, filosofia dei linguaggi, metodologie di ricerca qualitativa. Sono le stesse che trovano applicazione nelle dinamiche comunicative di ogni spot di un torneo dal vivo.

Il Teorema fondamentale di Sklansky, letto in chiave strutturale

Quel quadro teorico permette di riformulare in chiave strutturale una teoria che la letteratura ha sempre elaborato in chiave strategica: il Teorema fondamentale del Poker di David Sklansky, del 1987.

Il principio dice questo: ogni volta che giochi una mano in modo diverso da come l’avresti giocata potendo vedere tutte le carte degli avversari, guadagnano loro; ogni volta che la giochi nello stesso modo, perdono. E vale simmetricamente al contrario, per quello che gli avversari fanno con le tue carte non viste.

Guardato dalla prospettiva strutturale del torneo, e non da quella strategica, il teorema mette in evidenza in maniera del tutto implicita l’importanza della conoscenza profonda delle informazioni per avere successo in fase empirica. L’opera di Sklansky si articola poi nell’elaborazione di concetti matematici e delle strategie che ne derivano, senza nessun riferimento alle discipline scientifiche della comunicazione.

Due presupposti: il primato del mazzo e la condotta

Il teorema serve al modello perché fornisce due presupposti di base. Il primo attribuisce il primato informativo alle singole componenti del mazzo di carte su cui si sviluppa l’intero spot. Il secondo evidenzia la necessità di affiancare alla conoscenza delle informazioni una condotta dei processi decisionali coerente con le strategie di successo.

Il secondo è un tema molto sentito nella community, e ha un nome preso in prestito dal flipper: il tilt, la condizione in cui lo stato emotivo prende il sopravvento sulla razionalità e porta a una condotta di gioco distante dal valore atteso ottimale. Tutti i teorici del poker lo trattano, e tutti insistono sull’importanza di una condotta disciplinata a tutela dei risultati.

La completezza si raggiunge solo se tutte le fasi sono svelate

Da quei due presupposti nasce la Teoria della Completezza delle Informazioni nel poker, la TCI: si può accedere alla conoscenza completa delle informazioni e all’individuazione delle abilità connesse se e solo se tutte le fasi dello spot sono svelate. È una verità assoluta alla quale nessun giocatore può sfuggire.

La conoscenza perfetta della relazione fra la tua combinazione e quella avversaria, e di entrambe rispetto al board, acquisita fase per fase, può determinare l’esattezza del valore della tua mano nei confronti degli stessi avversari. In altre parole: più conoscenze hai sugli avversari, tanto più vicina e coerente diventa l’interpretazione letterale del teorema di Sklansky.

Ed è qui che la TCI dice anche come si misura l’abilità. È misurabile dal grado di qualità individuale del singolo soggetto coinvolto nella capacità di percepire, comprendere, interpretare ed elaborare le informazioni maturate nel corso dello spot, rispetto all’esito finale.

Il cento per cento delle informazioni sta nel mazzo intero

Secondo la logica della completezza, ogni giocatore può ottenere il cento per cento delle informazioni disponibili se, e solo se, si giunge al river, quando tutte le componenti del mazzo sono svelate.

Sebbene sia vero che solo fino al river si è in grado di ricevere tutte le informazioni sullo spot, per il primato informativo dei singoli elementi il cento per cento delle informazioni è contenuto in tutto il mazzo composto dalle cinquantadue carte. La completezza tiene quindi in considerazione anche la disposizione non visibile di tutte le componenti: a seconda di come sono disposte per caso, influenzano le combinazioni delle pocket card dei giocatori e la texture del board, cioè il modo in cui gli elementi si dispongono lungo il board.

Se dopo la distribuzione iniziale avessi la possibilità di vedere tutti i cinquantadue elementi del mazzo, avresti realmente il cento per cento delle informazioni a disposizione, e potenzialmente potresti individuare il cento per cento delle abilità in tuo possesso, attivando nello stesso momento lo sviluppo di nuove, fino a concretizzare delle pseudo abilità predittive: definire il board ancor prima di svelarlo. Sarebbe decisamente un gran vantaggio.

Sette carte su cinquantadue

Nella realtà accedi progressivamente alla visione dei soli cinque elementi del board più le tue due pocket card: sette carte su cinquantadue. Di tutte le informazioni contenute nel mazzo puoi conoscerne soltanto una porzione.

Da qui il passaggio successivo: comprendere l’influenza informativa degli elementi conosciuti, che progressivamente si sviluppa nelle singole fasi sotto forma di quantità di informazioni potenzialmente accessibili per ogni fase dello spot. Il termine non è un conio del modello: viene da Deutsch e Gerard, 1955.

Lo strumento che permette di definire «il valore di probabilità che si realizza all’interno di molte possibilità combinatorie» in ogni fase arriva dalla semiotica e dalla filosofia dei linguaggi, e sono i principi della semantica a tratti. È da lì che gli indici ricavano i propri valori, e quindi anche la ripartizione del piatto nelle fasi di all-in.

I valori che ne escono, però, da soli non bastano a valorizzare e preservare le abilità in un torneo dal vivo: bisogna verificare l’applicabilità delle abilità individuate attraverso la grandezza dello stack. È il passaggio con cui l’elaborato chiude il ragionamento.

Aprire o rilanciare la tua poker room con il modello Poker Social Enterprise