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Che cosa sono gli Skill Poker Index

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Che cosa sono gli Skill Poker Index

Gli Skill Poker Index sono gli indicatori percentuali che determinano la ripartizione parziale del pot in relazione alle skill coinvolte in una determinata fase dello spot. Intervengono solo ed esclusivamente nelle fasi di all-in che precedono il river, e non toccano nient’altro del torneo.

Del torneo, in effetti, non cambiano niente. I livelli di bui restano come alle origini: un intervento troppo invasivo snaturerebbe il gioco, e il mercato di varianti diverse è già pieno — Omaha Hi/Lo, Seven Card Stud, Lowball, il Pot Limit. Anche vietare l’all-in non porterebbe nulla di nuovo: sarebbe l’ennesima variante, tecnicamente più complessa, di quelle che non hanno mai avuto il successo del No Limit.

Da dove vengono

L’elaborazione degli indici ha richiesto uno studio interdisciplinare condotto con metodo induttivo, e il ruolo della matematica vi è stato strumentale, non dominante come accade tradizionalmente in questa disciplina.

Il materiale di partenza sono due testi che chiunque giochi conosce: la «Teoria del poker» di David Sklansky, del 1987, e il concetto di Utility di Arnold Snyder, del 2008. Riletti attraverso le teorie della micro-comunicazione, cambiano di segno. Per la costruzione vera e propria il campo è quello della semiotica e della filosofia dei linguaggi, e in particolare la semantica a tratti del linguista danese Hjelmslev.

Il primo cambio culturale: il metodo al posto dell’accettazione

Il primo cambio che il modello propone è l’adozione del metodo interdisciplinare come prospettiva di analisi, abbandonando il concetto di «accettazione» proposto in passato: quello per cui al giocatore si chiede di accettare le cinque realtà del poker e di orientare il proprio mindset di conseguenza.

Prendi due combinazioni a confronto, K♥K♦ contro A♠K♣. Il calcolo probabilistico dice che è una tipica situazione da 70-30. E la seconda delle cinque realtà, valida anche in un torneo dal vivo, dice che «nel breve termine la fortuna è regina». Quello che il calcolo probabilistico non riesce a dire è quando si verificherà esattamente quel 70 o quel 30 per cento, dentro il singolo spot che stai giocando.

Le scienze della comunicazione che studiano i linguaggi offrono gli strumenti per colmare quel vuoto, definendo la situazione in modo più microscopico attraverso i processi di significazione dei dati di cui vieni a conoscenza — dati che nella dimensione comunicativa si chiamano informazioni. Dal vivo ne raccogli molte più che online: oltre a tutti i dati matematici del calcolo probabilistico, processi simultaneamente dati di natura e quantità che online non si possono nemmeno riprodurre.

Il secondo cambio culturale: il piatto è una conseguenza, non l’obiettivo

Il secondo cambio riguarda il modo di progettare e di usare gli strumenti di analisi: abbandonare gli obiettivi di profitto, considerarli una mera conseguenza del lavorare bene, e concentrare le risorse sulla qualità del proprio fare. Aggiudicarsi il piatto in uno spot di torneo dovrebbe essere la conseguenza del naturale sviluppo della mano, non l’obiettivo principe.

L’esempio simbolico è il furto dei bui. Nel cash game le puntate obbligatorie del pre-flop sono denaro sonante, con cui paghi le spese base. La stessa mossa in un torneo non serve praticamente a nulla: se ottieni il fold degli avversari guadagni un buio e mezzo, e passare da cinquanta bui a cinquantuno e mezzo non agisce in alcun modo sulle strategie che avevi elaborato con cinquanta. L’unica utilità sta nella costruzione del tuo metagame, e resta marginale.

Quella mossa è uno dei molti errori grossolani che emergono in una sessione dal vivo, e vengono tutti dalla stessa radice: la migrazione dei concetti del cash game dentro le strutture dei tornei. È figlia della cultura economica degli albori, orientata alla produzione di massa e alla costante crescita dei profitti, che considerava le abilità un accessorio per pochi professionisti e puntava il marketing sull’attrazione di un numero sempre crescente di nuovi amatori da impoverire nel lungo periodo. Le organizzazioni creano eventi su obiettivi di profitto, e i giocatori processano gli spot dei tornei come se stessero generando un profitto immediato, come nel cash game.

All’all-in ogni abilità si annulla

C’è un concetto basilare che molti giocatori, di qualsiasi categoria e livello, continuano a ignorare nella sua banalità: quando si è in condizione di all-in, ogni abilità si annulla. Professionista o neofita, in quella particolare situazione il poker li pone allo stesso livello, perché nessuno dei due potrà eseguire ulteriori puntate.

Una delle abilità più importanti da padroneggiare è proprio indurre l’avversario ad andare all-in o a chiamarlo con la mano peggiore. Ma anche col suo utilizzo perfetto, l’avversario che si presenta allo show-down con la mano peggiore può migliorare il punto e sovvertire l’esito. Chi ha indotto quell’all-in ha usato bene una sua abilità e, insieme, non si è preoccupato di preservare il proprio stack e la propria permanenza nel torneo. Nessun giocatore dovrebbe mettere a repentaglio il torneo su uno spot che non è ancora giunto al river.

Non conta essere scoppiati, conta come

Lo scoppio è l’effetto della varianza più temuto, e in tutte le categorie il terrore e la frustrazione che ne derivano sono pressoché uguali. Ma essere scoppiati e il modo in cui lo si viene sono due cose diverse, e quasi nessuno le distingue. È dentro questa dinamica che si nasconde la chiave di volta del nuovo modello.

Lo scoppio a poker giocato è legittimo. Se lo spot arriva al river, il board è completo e ogni giocatore ha avuto accesso a tutti i processi di significazione necessari a capire il valore reale della propria combinazione. Il favorito al 70 per cento che al river punta, chiama o rilancia e allo show-down non ha la mano migliore ha commesso almeno un errore, nell’uso dei processi di analisi quantitativi o qualitativi. E chi era sfavorito ha comunque saputo reperire le informazioni che gli servivano per capire quanto l’avversario fosse disposto a versare nel piatto.

In quella condizione la fortuna smette di essere determinante, perché con gli strumenti giusti ogni giocatore è potenzialmente in grado di definire la situazione nella sua complessità. Un giocatore abile può accorgersi di essere stato battuto al river e decidere di non puntare o di passare, saper foldare e preservare lo stack. Quello che resta è un margine di fortuna a favore non superiore a quello della vita quotidiana.

Gli indici dipendono da due fattori

Per calcolare gli indici bisogna prima capire da che cosa dipendono. Il punto di partenza sono le informazioni acquisite nelle varie fasi dello spot: la loro qualità, e la capacità di percepirle, comprenderle, elaborarle e interpretarle, traducendole nelle strategie migliori per eliminare gli avversari e prendersi i loro stack.

Ma le sole conoscenze non bastano, e succede sistematicamente: hai le migliori competenze tattiche e ti trovi nell’impossibilità di praticarle, perché non hai abbastanza stack per applicarle. Un professionista di fama, in fase avanzata, con venti bui ai livelli 10K-20K non arriverà comunque al river: le chip finiscono prima, e lo costringono all-in su una delle street iniziali.

Da qui i due fattori distinti ma profondamente interdipendenti da cui le abilità dipendono: le informazioni acquisite e la grandezza dello stack. La progressiva acquisizione di informazioni nelle quattro fasi di uno spot permette di individuare le strategie utili al successo; la grandezza dello stack permette di misurare il grado di applicabilità delle abilità individuate.

Il peso della grandezza dello stack sulle proprie abilità è quindi un fattore a sé, e non una conseguenza delle conoscenze: per quanto abile tu sia, se lo stack non regge la action che hai individuato, quella action non esiste. È la chip utility di Arnold Snyder.

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