Se giochi a poker Texas Hold’em dal vivo, o se i tornei li organizzi, la domanda te l’hanno già fatta cento volte: è uno sport o è azzardo? E quasi sempre hai risposto che è questione di abilità, e quasi sempre chi te l’ha chiesta non si è convinto.
Non si convince perché la risposta non dipende da quanto sei bravo a difenderla. Dipende da quale definizione ti applicano — e le definizioni in gioco sono due, scritte in epoche diverse. Qui trovi tutte e due, da dove vengono e che cosa succede quando le applichi a un torneo dal vivo.
Che cosa vuol dire «gioco», prima di litigare sul resto
La parola viene dal latino iocus, e comprende tutto: i giochi di società, quelli individuali, quelli dei bambini e l’azzardo. Accanto c’è ludus, che significa divertimento e svago, e i due termini si usano spesso come sinonimi. Non è una curiosità etimologica: è il motivo per cui una parola sola tiene insieme cose che non si somigliano affatto.
A metterci ordine è stato il sociologo Roger Caillois, che ha classificato i giochi in quattro categorie — Agon, Alea, Mimicry e Ilinx — e ha considerato fondamentali le prime due, definendole elementi opposti e complementari. In Agon stanno i giochi in cui il risultato della performance dipende dall’impegno e dalle abilità di chi partecipa. In Alea quelli in cui il risultato dipende dalla componente aleatoria.
Dentro ogni categoria Caillois individua poi due poli della stessa dimensione: la padia, cioè le componenti che attivano spensieratezza e divertimento e non chiedono impegno, e il ludus, le componenti che richiedono attenzione, impegno e applicazione perché la performance riesca. È il grado di padia o di ludus a decidere dove un gioco va collocato.
E qui arriva la frase che ti riguarda. Caillois colloca l’azzardo in Alea, e come esempio porta proprio il gioco di carte: che «seppur contempla una certa componente di abilità, le sorti del giocatore dipendono comunque dalla fortuna». Il poker è dentro quella riga, insieme a tutti i giochi di carte, senza distinzione fra una variante e l’altra e senza distinzione fra una mano e un torneo di otto giorni.
La definizione che tiene il poker nell’azzardo
La parola azzardo viene dall’arabo az-zahr, che significa dado. E la definizione enciclopedica dice che il gioco d’azzardo è un’attività ludica «in cui ricorre il fine di lucro e nella quale la vincita o la perdita è in prevalenza aleatoria, avendovi l’abilità un’importanza trascurabile».
Leggila un’altra volta, perché è lì che si decide tutto. Non dice che l’abilità non c’è: dice che ha un’importanza trascurabile. È una valutazione di peso, non una constatazione di assenza — e una valutazione di peso si può misurare, oppure contestare con una misura. È esattamente il varco da cui passa tutto il discorso sull’azzardo e sulle sue origini.
Che sia una questione di misura e non di natura lo dimostra il modo in cui la legge tratta oggi le due forme di poker. Lo sviluppo di internet ha permesso alle istituzioni di applicare una forma di legalizzazione fondata sul principio di monitoraggio e controllo che le tecnologie digitali sanno offrire: per questo il poker online è legalizzato, mentre quello dal vivo è permesso soltanto dentro i casinò. Non è il gioco a essere diverso. È la possibilità di misurarlo.
Le tre condizioni per chiamarlo sport
L’altra definizione è del 1992 e sta nella Carta Europea dello Sport: sport è «qualsiasi forma di attività fisica che, attraverso una partecipazione organizzata o non, abbia per obiettivo l’espressione o il miglioramento della condizione fisica e psichica, lo sviluppo delle relazioni sociali o l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli».
Sono tre obiettivi, e alla lettera ne basta uno. Guarda che cosa succede se li applichi al torneo dal vivo.
La condizione psichica. L’attività cognitiva del professionista è quella che Bruscaglioni ha descritto come processo di empowerment: un lavoro sulle proprie risorse che ha per obiettivo il miglioramento della condizione psichica. È il requisito minimo, ed è soddisfatto.
Le relazioni sociali. Qui non serve nemmeno argomentare: le crew di poker esistono, sono nate scambiandosi informazioni e conoscenze, e oggi producono contenuti didattici e divulgativi con competenze di alto livello. Il tessuto sociale della disciplina non è un auspicio, è un fenomeno affermato.
I risultati in competizioni. Ed è qui che si ferma tutto, perché il criterio non chiede una competizione: chiede dei risultati. E in un torneo di poker il risultato non segue l’abilità — né nella singola mano né sull’arco dell’intero torneo.
Le cinque realtà che il settore ha già accettato
Prima di arrivarci, però, va detto che cosa i professionisti pensano davvero del proprio gioco — perché è la posizione che rende la domanda difficile.
Chi gioca a Texas Hold’em ha acquisito come mantra le cinque realtà fondamentali che Ian Taylor e Matthew Hilger hanno elaborato in Poker Mindset: il poker è un gioco sia di abilità che di fortuna; nel breve termine la fortuna è regina; nel lungo termine è regina l’abilità; il poker è un gioco di piccoli vantaggi; il poker è un gioco con un fattore di varianza molto alto. Gli autori insistono sulla necessità di accettarle, per orientare il proprio mindset alla qualità delle decisioni invece che al risultato.
Sono cinque affermazioni ragionevoli, ed è quello che le rende un problema. Tutte e cinque poggiano soltanto sulle ipotesi della matematica probabilistica e di lungo periodo. Ti dicono che se giochi bene abbastanza a lungo l’abilità emergerà — che è vero, e non serve a niente a chi deve dimostrare che quella singola competizione è stata vinta per abilità. È lo stesso limite che si incontra quando si prova a leggere una mano con gli strumenti della sola matematica: la logica è perfetta, e non guarda quello che sta succedendo al tavolo.
E c’è un secondo effetto, meno evidente. In qualsiasi disciplina sportiva il più piccolo errore di un atleta può essere fatale, e l’errore di uno è un vantaggio per il rivale. Nei tornei di poker tradizionali non funziona così: puoi tenere una condotta di gioco perfettamente ottimale e non avere nessuna garanzia di vittoria, e puoi commettere un errore senza subirne conseguenze — o peggio, essere premiato lo stesso.
Cash game e torneo non sono la stessa cosa
Torniamo al terzo criterio, l’ottenimento di risultati in competizioni di tutti i livelli. Il cash game non può nemmeno avvicinarglisi, per la componente aleatoria che appartiene alla sua struttura: non è una competizione con un inizio, una fine e un vincitore, è una partita che dura finché qualcuno resta seduto.
Il torneo a eliminazione, invece, è una competizione sportiva nella definizione più naturale che esista. Ma il criterio non si accontenta della forma: chiede che in quella competizione emergano dei risultati, e cioè che a vincere sia chi ha giocato meglio.
E in un torneo di poker non è così. Non lo è nella singola mano, dove la mano migliore perde ogni giorno contro una peggiore; e non lo è sull’arco dell’intero torneo, dove per arrivare in fondo servono decine di situazioni che vanno per il verso giusto. Anche quando a vincere è un giocatore forte, quel giocatore ha avuto comunque bisogno di una dose robusta di fortuna. Al tavolo si dice più semplicemente che devi runnare good.
Ecco perché la risposta alla domanda da cui siamo partiti non è una definizione ma un lavoro. Il torneo soddisfa il criterio nella forma e non nella sostanza, e quel vuoto non lo colma un’argomentazione: lo colma un modo di far emergere l’abilità in ogni fase del gioco. È esattamente il problema per cui sono nati gli Skill Poker Index.
Resta l’ordine delle cose, che è la parte che quasi tutti saltano. Come osserva Crismani, il riconoscimento arriva soltanto dopo la liceità, mai prima. Non si parte dal chiedere una medaglia: si parte dal dimostrare che in quel torneo il risultato dipende in prevalenza dall’abilità — cioè dal misurarla.

