Un torneo di poker Texas Hold’em dal vivo, in Italia, si fa se lo autorizza il questore. Non una legge nazionale, non un regolamento di settore: il questore della provincia. È per questo che in Piemonte si gioca e in Friuli-Venezia Giulia no, con la stessa identica formula di torneo.
La norma che il questore applica gli chiede di accertare «se in un determinato gioco la vincita o la perdita sia interamente o quasi interamente aleatoria». Accertarlo, riporta Crismani, è «un’indagine di fatto da eseguirsi caso per caso, tenendo conto delle regole e delle combinazioni del giuoco stesso e avendo presente che anche un giuoco non aleatorio nella sua forma ordinaria può divenire tale qualora venga modificato». Il giudizio riguarda le regole con cui quel gioco è costruito.
La relazione che ha fotografato lo stallo
Il professor Crismani, nella relazione «La disciplina sportiva e il gioco del poker», scrive che le normative sulle attività di poker live nel nostro paese sono a esclusivo appannaggio dei questori. Ciascuno valuta quale componente ritiene dominante, l’abilità o il caso, e da quella valutazione dipende l’autorizzazione all’esercizio.
Il peso di quella valutazione cambia con la persona che la esprime, con la sua formazione e con il contesto storico in cui la esprime. Da qui la mappa a macchia di leopardo fra le Regioni che consentono il regolare svolgimento del gioco, sia pure in forma restrittiva, e quelle che lo negano. È il meccanismo per cui in Italia il poker live si autorizza Regione per Regione.
Il torneo è la copia del cash game con i bui che salgono
L’alea che il questore deve valutare sta nel torneo dalla nascita, perché il torneo non è stato progettato per toglierla. La ricerca chiama questa origine malinteso strutturale e la colloca fra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta.
Erano gli anni della produzione di massa, della crescita esponenziale e dell’accumulo di grandi profitti, con l’analisi quantitativa e la razionalità a priori di weberiana memoria come modelli guida. Il digitale non c’era. Il poker era un gioco da casinò e le strategie di business seguivano i paradigmi del tempo, miopi e mono-disciplinari.
Il torneo nasce lì, come trasposizione esatta del cash game con una sola modifica: l’aumento progressivo dei livelli di bui in un tempo predefinito. Quella modifica serviva a dare all’evento una conclusione certa. Nel cash game i livelli non esistono, le puntate obbligatorie restano fisse a tempo indeterminato e la sessione non ha un termine: l’intervallo fra una partita e l’altra è una pausa dentro una lunga giornata di lavoro.
I bui che salgono hanno risolto la durata dell’evento. La componente aleatoria è rimasta dov’era.
Quello che il torneo ha cambiato, e quello che ha lasciato
Poter modulare durata e livelli ha diffuso la disciplina come nient’altro. Ha cancellato il cliché del gioco di carte praticato di notte fino oltre l’alba, in una bisca immersa nel fumo di un quartiere malfamato. Ha aperto un mercato di format di ogni livello, dalle poche ore ai dieci giorni delle World Series of Poker, e ha portato a molti giocatori e a molti imprenditori risultati veri in popolarità e in incassi.
Da allora la modalità classica si chiama «poker sportivo». Dentro quei tornei, però, si gioca ancora con la logica del cash game: conta il piatto di quella mano, non il posto a cui arrivi alla fine.
I creatori dell’epoca non avevano modo di prevedere internet, il livello competitivo di oggi e le competenze che i giocatori abituali si sarebbero costruiti. Del riconoscimento sportivo non avevano bisogno.
All’all-in prima del river il gioco si ferma
Nella ricerca la dimostrazione è una mano giocata in un torneo Master di livello internazionale, in un casinò europeo, raccontata decisione per decisione dentro l’analisi della mano che dimostra l’anomalia strutturale.
Chi apre dal bottone legge l’avversario, esclude i range, punta mezzo piatto per costringerlo a metterle tutte e vede l’all-in con la mano migliore. Il dealer scopre il turn e il river, e il piatto va dall’altra parte. Nella condotta di gioco non c’è niente da correggere. Al momento dell’all-in al flop nessuno dei due può più puntare né applicare una strategia: l’esito della performance è affidato alla sorte, e la componente padia prende il sopravvento.
Sposta lo stesso spot di due carte. Con lo show-down al river il board è completo, chi era in vantaggio ha il tempo di accorgersi del sorpasso e di scegliere una linea più conservativa, e la vittoria dell’avversario arriva dentro il gioco. L’influenza della componente padia è massima nell’all-in in qualsiasi fase che precede il river, e cede il campo al ludus man mano che al river ci si avvicina.
La fortuna al tavolo e la fortuna nelle regole
«Ci vuole fortuna nel poker?» Te lo chiedono da anni e rispondi che nel breve periodo conta e nel lungo molto meno. La stessa domanda finisce per porsela anche il giocatore abituale, che confonde la sfortuna con l’incapacità: il giocatore più forte se ne accorge e ne approfitta.
A bloccare il riconoscimento sportivo è lo spazio che le regole del torneo lasciano alla fortuna quando l’abilità non può più intervenire. È lì che si concentra la varianza che ti ritrovi addosso a fine anno, ed è lì che nessuno riesce a dimostrare di aver giocato meglio.
Gli Skill Poker Index misurano quello che il questore deve valutare
All’indagine di fatto manca un riferimento: un valore che dica, per ogni fase di ogni spot, quanto pesa l’abilità e quanto pesa il caso, a prescindere dalle capacità reali di chi è seduto al tavolo.
Gli Skill Poker Index sono quel riferimento. Sono modulatori delle componenti padia e ludus, quelle che Caillois riconosce dentro ogni gioco e ogni sport che conosciamo, e intervengono solo ed esclusivamente nelle fasi critiche di all-in prima del river, dove il gioco smette di essere giocato. Si esprimono in indici percentuali e in forma universalistico-deterministica: la misura che oggi il questore non ha.
Il riconoscimento sportivo non potrà comprendere il cash game, che non ha competizione né un inizio né una fine e per definizione resta gioco d’azzardo. E il modello non sostituisce niente: il Texas Hold’em tradizionale resta la «Cadillac del poker» di Doyle Brunson e resta lo strumento aggregativo della disciplina, come le associazioni dilettantistiche negli altri sport.
L’ordine dei passaggi lo indica Crismani. Prima si isolano le singole discipline e le si analizza una per una, poi si dimostra che in quella disciplina il risultato dipende in prevalenza dall’abilità, e il riconoscimento sportivo viene dopo. Nello stesso ordine un torneo soddisfa i criteri della Carta Europea dello Sport nella forma e non nella sostanza, e l’abilità nel poker Texas Hold’em va misurata prima di rivendicarla.

